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Repair Cafè. Ritrovarsi in compagnia a riparare oggetti, per imparare a rendersi autonomi e contribuire al vivere sostenibile.

Intervista di Anna Magli a
Marco La Guardia, uno dei soci fondatori di un Repair Cafè a Bologna.

Fra i tanti esempi di economia circolare dinamica e coinvolgente oggi vi parliamo dei Repair Café. Nati da un’esperienza consolidata del nord europea, sono posti fisici in cui le persone condividono le proprie competenze per aiutare altre persone nel riparare i propri prodotti, come i dispositivi elettrici e meccanici, computer, biciclette, vestiti e molte altre categorie di oggetti. Molte delle informazioni dei RC ci vengono dal prezioso sito Sfreedo.com, che propone argomenti molto interessanti nell’ambito della sostenibilità.
I Repair Cafè sono generalmente organizzati su base volontaria da piccoli gruppi di residenti locali che hanno un duplice obiettivo: ridurre gli sprechi, incentivando il riuso e il riciclo e rafforzare la coesione sociale, allestendo degli spazi atti a creare momenti di sostegno reciproco.
Il concetto dei Repair Café è molto giovane. Tutto parte nel 2009, da un’intuizione di una mamma olandese, Martine Postma, dopo la nascita del suo secondo figlio. Mentre si prendeva cura del nuovo arrivato, si rese conto di quanti oggetti venissero buttati, nonostante potessero essere utili a qualcun altro. Martine decise quindi di affittare un teatro nella zona ovest di Amsterdam, per dare la possibilità alle persone di mettere a disposizione le proprie competenze per riparare oggetti, al fine di dargli una seconda vita. L’idea fin da subito riscosse un forte successo, tanto da attirare l’interesse dello stesso stato olandese che decise di finanziare l’iniziativa. A distanza di qualche mese, quando le iniziative si moltiplicarono, lo stato decise di riunirle sotto uno stesso “ente”. Grazie a questo gioco di squadra tra enti statali e privati, il 2 marzo 2010, nacque la Repair Café Foundation, un’organizzazione che ad oggi ha come presidente proprio la signora Martine Postman, ovvero il primo promotore di questo bellissimo movimento.
Dalla nascita del Repair Café in Olanda, il movimento si è diffuso in tutto il mondo. Infatti il numero di questi laboratori “aggiustatutto” è cresciuto rapidamente fino ad arrivare nel 2018, a più di 1500 in tutto il mondo. I paesi con più Repair Café sono Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e India. Inoltre nel 2017 è stata istituita la Giornata Internazionale delle riparazioni, che si svolge il terzo sabato di ottobre di ogni anno. Come funzionano i Repair Café? Non è uguale per tutti, dipende dalla disponibilità degli spazi e soprattutto dei volontari che regalano il loro tempo. In linea di massima però in un Repair Cafè si trovano diverse postazioni dotate di tutti gli attrezzi utili a riparare qualsiasi tipo di oggetto. Per partecipare non ci sono limiti di età e professione, infatti sono aperti a tutti e qualsiasi tipo di competenza è ben accettata. All’entrata l’oggetto subisce una prima diagnosi da parte di un addetto specializzato e quindi passa nella sala d’attesa e attende il suo turno, per poi essere preso da uno dei volontari per cominciare la riparazione. Il ripristino avviene come se fosse una “lezione frontale”, dove da un parte c’è l’addetto volontario e dall’altro lato la persona proprietaria dell’oggetto. Il volontario illustra diversi passaggi: come si cerca il guasto, come si smonta il dispositivo, come si sostituiscono o riparano eventuali parti rotte. L’aspetto più importante nel processo è il rapporto tra proprietario dell’oggetto e riparatore perché proprio attraverso questa connessione si riescono a trasmettere le capacità manutentive. Si cerca quindi di coinvolgere il possessore così nel caso in cui si verificasse il medesimo guasto, la stessa persona potrà tentare di ripararlo da sola.
Nel Repair Cafè troviamo persone con diversi background esperienziale. Per questo motivo le categorie di prodotti che si possono riparare dentro ai Repair Café sono molteplici. Fra i più comuni, elettrodomestici, informatica, abiti e accessori.
Quali sono i principali valori, come poi ci spiegherà fra poco il nostro interlocutore, che caratterizzano i Repair Cafè? Aumentare la durata degli oggetti, rafforzare la coesione sociale, far circolare le competenze, incentivare l’autonomia con il “fai da te”. Nel nostro paese, i Repair Cafè, almeno ad oggi, li troviamo a Milano, Roma, Venezia, Perugia e Bologna. Ed è proprio a Bologna che siamo andati a curiosare per capire come l’Associazione R.U.S.K.O (acronimo che ricorda il modo tutto bolognese di definire l’immondizia ma che significa Riparo Uso Scambio Comunitario) , ha organizzato il suo Repair Cafè in via Turati presso la Casa di Quartiere gestita da Centro sociale 2 Agosto 80. Ne abbiamo parlato con uno dei soci fondatori, Marco La Guardia.

Qual è lo spirito che muove il Repair Cafè dell’Associazione Rusko?
Il nostro spirito è fare in modo che le persone siano loro a riparare. Dipende poi ovviamente da chi ti trovi davanti. Quello che è già abituando a farlo e con cui ti puoi avventurare verso riparazioni più complesse e quello a digiuno di tutto per cui è necessario approcciare la riparazione con lavorazioni molto semplici. Gli eventi, già da prima del Covid, chiamati “Aperitivo con Riparazione”, funziona così: le persone arrivavano , si beveva a mangiava qualcosa insieme poi si faceva l’attività. Essendo ospiti di un centro sociale, dipende un po’ anche da chi lo gestisce in quel momento, soprattutto per la parte riguardo il ristoro, ma lo spirito con cui siamo partiti rimane quello. La nostra associazione è composta da 10 soci e l’idea è nata con l’aspirazione di poter fare qualcosa di concreto, anche se di piccolo, sull’economia circolare. Sono convinto, così come lo sono i miei soci, che si debba recuperare sempre di più questa abilità ad aggiustare quello che si rompe perché condanno l’idea di buttare cose, che potrebbero ancora funzionare con una riparazione, oppure di costruire oggetti destinati a durare per breve tempo. Siamo quasi tutti ingegneri più una preziosa sarta che propone piccole riparazioni di sartoria.

Come si presenta il Repair Cafè
Generalmente ci posizioniamo nella sala piano terra e nella sala biblioteca del Centro Due Agosto. C’è un tavolino d’accoglienza per distribuire il materiale informativo ma anche per fare una prima valutazione dell’oggetto da riparare. Qui verrà compilata una scheda per lo scarico di responsabilità sull’oggetto. Poi ci sono i tavoli grandi di riparazione dove da un lato sediamo noi riparatori e dall’altro i nostri ospiti e qui si cerca di fare la riparazione, insegnando loro sotto nostra supervisione. Per convocare gli iscritti alla giornata delle riparazioni, inviamo una newsletter che annuncia l’evento.

Chi è l’utente tipo del Repair cafè?
Vari tipi di persone. Non c’è una prevalenza di donne o uomini, solo l’età tende a essere un po’ più alta della media. Tra i 50 e i 60 anni. E cambia in base agli eventi. In passato ci sono stati eventi specifici in cui erano coinvolte le famiglie con i bambini che sapevano di poter aggiustare i giocattoli, quindi l’evento condiziona anche il tipo di pubblico.

Con che spirito si approcciano al lavoro di riparazione?
Si avvicinano sia per la voglia di imparare che per quella di stare insieme. La cosa che ci piacerebbe di più sarebbe che le persone riacquistassero la voglia di riparare ma l’aspetto sociale è ugualmente fondamentale. Il nostro messaggio è: se non lo sai fare, se non hai gli attrezzi adatti, puoi venire a farlo da noi per due motivi, il primo perché lo fai in un contesto sociale e quindi è anche l’occasione per fare due chiacchiere, la seconda è perché ti diamo la possibilità di imparare ed essere più autonomo la prossima volta che ti si rompe qualcosa. Purtroppo la tendenza allo spreco è ancora dominante, il trend non è positivo. Il motivo è che oggi gli oggetti costano molto poco, si possono ottenere direttamente a casa in poco tempo e questo significa di sbarazzarsi di quello che non funziona più senza provare ad aggiustarlo. Gli oggetti, soprattutto quelli di scarsa qualità sono pressoché irreparabili, e questa è una cosa che noi nei laboratori mettiamo in evidenza. Gli oggetti di qualità, fatti con materiali robusti si riescono quasi sempre a riparare. Il piccolo elettrodomestico, che non ha neanche una vite ma due pezzi di plastica che si incastrano, è praticamene irreparabile. Un altro argomento su cui investiamo molto è quello di sconsigliare gli oggetti a batteria. Oggi si vendono oggetti a batteria ricaricabile di qualunque tipo, soprattutto nei supermercati e nei discount, come attrezzi per hobbisti ma anche aspirapolveri che costano molto di più rispetto a quelli con alimentazione elettrica. Succede che dopo tre o quattro anni, quando la batteria si consuma, non vale la pena acquistarne una nuova e quindi si butta tutto. Quindi uno spreco ma anche un problema di smaltimento per l’elettrodomestico e la batteria., cosa di cui molta gente non ha minimamente la percezione.

Che progetti avete per il futuro?
Quando ci saranno più volontari ci piacerebbe proporre dei veri corsi di riparazione e magari individuare altre associazioni simili alla nostra per mettersi in rete , scambiare esperienze, confrontarsi sulla gestione dei progetti. Come abbiamo fatto al Festival di Torino organizzato dall’associazione inglese Repair.org, che sta facendo un ottimo lavoro di lobby per promuovere un vivere più sostenibile basato sulla riparazione degli oggetti influenzando anche i regolamenti europei in materia. Fra le loro battaglie, a livello di normative, c’è quella importantissima di imporre ai produttori di mettere a disposizione i pezzi di ricambio per un certo numero di anni. Gli interessi in gioco in questa battaglia sono molti, perché rendere gli oggetti riparabili va contro alle politiche di marketing più aggressive.

Vogliamo lanciare un appello dalle pagine di Viva il Verde per invitare le persone a partecipare ai Repair Day?
Certo. Ci piacerebbe molto vedere arrivare anche persone giovani. Magari anche giovani coppie che vanno a vivere da sole e vogliono imparare ad aggiustarsi le cose senza ricorrere ad artigiani. Sapere fare di sé, oltre che una bella soddisfazione è anche una notevole risorsa economica.