Comprare di meno ma comprare meglio. La moda si scopre sostenibile.

Intervista di Anna Magli Zandegiacomo a
Natasha Calandrino Van Kleef, architetto e fashion designer.

Natasha Calandrino Van Kleef è una fashion designer che ha fondato nel 2010 il brand Nvk Daydoll, un marchio sostenibile che ha lanciato alla Milano design week nel 2010. Architetto cosmopolita affianca all’attività di progettazione l’impegno in campo culturale e tecnologico, facendosi promotore di iniziative in qualità di Esperta di Commissione Cultura e Commissione Ambiente per il Municipio 1 del Comune di Milano e promuovendo nuovi brand legati al benessere e alla sostenibilità.

Cosa è il progetto di moda NVK Daydoll e da dove viene questa ispirazione?
Dopo la mia laurea in architettura con il Prof. Ezio Manzini, uno dei maestri della sostenibilità nel nostro paese, ho iniziato a fare esperienza sotto la sua guida e nelle nostre ricerche ci siamo resi conto che nell’abbigliamento il concetto di sostenibilità era molto trascurato. Già all’epoca era chiaro che l’abbigliamento rappresentava un vero problema data la consistente presenza di poliestere nella manifattura. Il poliestere è plastica quindi noi ci vestiamo sostanzialmente di plastica mettendo a contatto diretto il più grande organo del nostro corpo, la pelle, con la plastica che non la fa traspirare e rilascia sostanze tossiche. Con questa consapevolezza ho cominciato a fare ricerca sui materiali e ho individuato questo filato di polpa di faggio, che originariamente si chiamava Modal ed era già utilizzato dagli anni ’50-’60 in accoppiamento al cotone ed usato spesso per la creazione di indumenti intimi. Prima di tutto occorre evidenziare che l’abbinamento con altri materiali non è un processo sostenibile: primo per il dispendio di energia nella procedura di accoppiamento , secondo nella fase di smaltimento quando è necessario disassemblare i due materiali e quindi generare un ulteriore dispendio di energia. Così ho pensato che se questo materiale era così straordinario dal punto di vista della sostenibilità perché non usarlo da solo? La difficoltà nel farlo consisteva nel fatto che trattandosi di un materiale estremamente morbido , non presentava una sua struttura sufficientemente fisica per reggere intorno al corpo umano. La mia idea è stata quindi quella di doppiarlo nei punti critici. Questo tessuto con il tempo ha preso la nuova denominazione di Tencel e consiste sempre in polpa di faggio, ma lavorata con una serie di processi che permettono di non stressarla con risciacqui durante la colorazione ma di venire colorata direttamente. Tutte migliorie che l’azienda austriaca che ha il monopolio del Tencel – il nuovo marchio che ha definito il tessuto – ha adottato. I tanti studi che sono stati fatti a livello universitario su questa fibra, dimostrano che la produzione di Tencel consuma il 40% in meno di energia rispetto qualsiasi filato e il 60% in meno di acqua rispetto al cotone. Il cotone, così come tutti noi lo intendiamo in quanto fibra organica, rappresenta solo lo 0,5% della produzione presente sul mercato del cotone. Il cotone organico è quello che coltivato seguendo le regole dell’agricoltura biologica quindi senza pesticidi, fertilizzanti ecc. Il resto, non è organico. Il cotone richiede un altissimo investimento in termini d’acqua, quindi non si può considerare sostenibile. Un esempio eclatante è un episodio che si svolse circa negli anni ’70 quando i russi prosciugarono il grande lago Aral per coltivare il cotone . Poi qualche anno dopo una tempesta di sabbia sollevò il sale che si trovava sul fondo del lago prosciugato creando un disastro ecologico di grandi proporzioni: tutte le coltivazioni che si trovavano nel raggio di alcuni chilometri dal lago, furono bruciate dal sale rendendo il terreno incoltivabile. Questo per dire come poco sostenibile sia la coltivazione del cotone.

Chi produce il Tencel utilizzato nelle sue creazioni e come si trasforma negli abiti della sue collezioni?
L’azienda produttrice del Tencel è austriaca e si chiama Lenzing. Un’azienda che è diventata anche nostra partner e con cui abbiamo fatto un co-brand . Loro producono il filato e lo spediscono a un produttore di tessuto nel biellese, che come la nostra azienda appartiene al circuito dell’associazione Tessile&Salute, il cui obiettivo è la tutela della salute del consumatore di prodotti tessili, calzaturieri e moda. Il tessuto viene poi lavoro e confezionato in un laboratorio di Milano in base alle collezioni che ho disegnato. Tessile &Salute ha fatto la verifica dell’intero iter della mia produzione, dal filato originario al prodotto finito. Perciò tutta la filiera delle mie collezioni è completamente sostenibile, come certificato dalla Certificazione rilasciata dal Ministero della Salute.

Lei ritiene che il mondo della moda stia diventando sostenibile? Dove si nascondono i principali consumi nella realizzazione di un abito, cosa di cui il cliente non ha probabilmente la percezione?
La prima cosa che dovrebbe fare un consumatore quando acquista abbigliamento è guardare l’etichetta. Nel momento in cui rileva la presenza di poliestere, sa già che quando questo capo sarà lavato rilascerà nell’acqua le microplastiche. Il problema ampiamente dibattuto delle microplastiche nell’acqua è dovuto per la maggior parte all’abbigliamento realizzato in poliestere. Il cliente quindi dovrebbe già escludere tutto ciò che è poliestere, cosa che comporta parecchie difficoltà perché questa materia ha invaso il mercato dell’abbigliamento. La buona pratica da adottare sarebbe usare meno capi ma per un tempo più lungo al posto che fare acquisti multipli di capi di abbigliamento realizzati con materiali che li fanno durare poco tempo e poi sono da gettare. Comprare meno per comprare meglio quindi, e soprattutto prodotti che durino. Le fibre sintetiche , che non siano poliestere, possono ancora considerarsi sostenibili, dipende tutto da come vengono lavorate, dalla chimica rilasciata nel processo di produzione perché tutto quello che noi utilizziamo è il risultato di un processo chimico. La differenza sta nell’utilizzo di chimica “Buona” o si chimica “Cattiva”. C’è un esempio molto famoso, in senso negativo, per noi che ci occupiamo di sostenibilità della moda, che è il bamboo. Il bamboo è vissuto dai consumatori come un tessuto sostenibile mentre in realtà, anche se si ricava da una pianta che cresce in modo sostenibile, in quanto robusta e tenace, quando viene trasformato in prodotto di abbigliamento passa attraverso una pessima chimica che ha un impatto molto forte sull’ambiente. Per altro un capo in bamboo non tiene che pochi lavaggi, dopodiché non si riesce più ad indossare. Cosa che con i capi prodotti in Modal/Tencel non succede. Sono capi che riescono a passare da generazione a generazione, un vero esempio di sostenibilità.

Facciano una lezione di etichetta. Cosa ci rivela se è un prodotto è sostenibile o no?
Innanzitutto bisogna leggere dove è stato realizzato, deve essere un Made in Italy. In Europa abbiamo un regolamento che si chiama Reach (relativo la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche) che obbliga noi produttori a essere attenti alla sostenibilità nel processo di produzione. Non esiste però una normativa che impedisca di impiantare una produzione in paesi dove non esiste nessuna legislazione in materia e poi importarla in Europa. C’è solo l’obbligo di scrivere sull’etichetta il nome del paese in cui è stata realizzata. Ne consegue che tutto ciò che non è prodotto localmente è a rischio perché il produttore non è tenuto a rispettare il Reach: inoltre un prodotto non locale diventa molto poco sostenibile perché gravato dal consumo di anidride carbonica dovuta al trasporto dal paese di produzione. Seconda valutazione da fare su un’etichetta è quella della composizione del materiale utilizzato e si hanno dubbi su un certo materiale è meglio affidarsi ad uno studio serio che ne abbia definito le caratteristiche e le criticità.. Tutti i derivati dagli idrocarburi come il poliestere sono sempre da evitare. Sono plastiche che impediscono la traspirazione e generano le microplastiche che poi ritroviamo nel ciclo produttivo. Alcuni mesi fa è uscita la notizia che erano state riscontrate tracce di microplastiche nelle placente di alcune donne . Sostanze che sono considerate interferenti endocrine e possono dare problemi ormonali e neurologici.

Le persone seconde lei, sono pronte a una moda sostenibile o non hanno ancora la percezione di quanto una scelta di questo genere possa essere importante nella difesa dell’ambiente?
Non bisogna essere fondamentalisti in queste scelte, non è spesso possibile né sostenibile farlo. Bisogna cercare di limitare i danni. E’ ovvio che sette miliardi di persone non si possono vestire tutte in Tencel perché non ci sono abbastanza piante per produrli . Quando la Lenzing ha iniziato ad avere il monopolio del Tencel, operavano con sole foreste in Austria. Adesso ne hanno anche in Germania e in Svizzera ma faticano comunque ad accontentare le richieste di approvvigionamento. Tutto questo però crea anche un circolo virtuoso perché la foresta che viene utilizzata, cioè gli alberi che vengono tagliati e poi si rigenerano autonomamente, con la così detta tecnica di ringiovanimento che non ha bisogno di apporti esterni perché dove cade un seme di faggio nasce una nuova pianta, diventano foreste abitate da una fauna che crea habitat diversi.
Non possiamo essere tutti sostenibili nell’abbigliamento ma possiamo almeno cercare acquistare prodotti locali, non eccedere negli acquisti – meglio un capo in meno ma che duri di più – . Anche la moda sta andando incontro a una nuova coscienza ecologica, mutando lei stessa. Negli ultimi anni abbiamo visto la nascita di vestiti trasformabili, che sono geniali. Si ha la possibilità con un capo, di avere molteplici soluzioni. Scelta che anch’io ’ho fatto nella mia collezione. Sono abiti che si possono abbinare in modo creativo e sono reversibili: cioè lo stesso abito lo puoi sfoggiare in due colori diversi. Il mio co-branding con la Lenzing è nato da un’altra prerogativa: quella che sono l’unica stilista che crea le sue collezioni con un unico tessuto, il Tencel. Un tessuto che si adatta a tutte le stagioni secondo come lo utilizzi. Se per esempio si utilizza doppiato è perfetto per creare capi invernali.
Ognuno di noi può fare la propria parte e gli stilisti di moda, grazie anche a questi tessuti, possono essere molto influenti a dettare modelli e consumi più sostenibili. Nel nome della raffinatezza e della sobrietà.