Cambiare vita non è per dilettanti.

Intervista di Anna Magli a
Teresa e Vito, operatori finanziari che stanno costruendo la loro nuova vita
sulle colline di Imperia.

Intervista a Teresa Arnardi e Vito Gravagno gestori dell’Azienda Agricola “Il Baggio Pellegrino” in provincia di Imperia. La storia di una piccola azienda agricola che produce e vende vino, olio e ortaggi nata sulla scorta di una passione per la terra e della voglia di cambiamento. Entrambi, infatti, operano ancora nel settore finanziario ma si stanno preparando un futuro completamente diverso.

La vostra esperienza di coltivatori diretti è un processo ancora in divenire. Avete un vissuto professionale, che ancora non si è concluso, di estrazione completamente diversa dall’impresa che avete realizzato eppure avete scelto la strada del cambiamento che vi ha portato ad esplorare competenze per voi completamente nuove. Da dove è nata questa esigenza di mettervi alla prova e come state ancora conciliando le vostre attività con questa impegnativa avventura?
Siamo entrambe persone da sempre abituate a una vita lavorativa dinamica ed impegnativa. Grazie al tipo di lavoro che svolgiamo, organizzazione del tempo, studio, ricerca, predisposizione al cambiamento e capacità relazionali sono caratteristiche fondamentali che entrambi abbiamo acquisito e sviluppato negli anni. La nostra passione per la natura è coincisa con quel qualcosa di piacevole e gratificante che tutti cerchiamo dopo aver trascorso una giornata lavorativa. C’è chi danza, chi gioca a calcetto, chi corre in bici, chi dipinge, chi si inventa altre attività e hobby… Noi amiamo vivere in mezzo alla natura, amiamo il buon cibo e il buon vino, così, fra le altre cose che facciamo, abbiamo deciso di dedicare il nostro tempo libero anche alla campagna. Siamo stati facilitati dalla fortuna di avere dei terreni, alcuni di provenienza familiare ed altri acquisiti negli anni, che ci hanno fatto riflettere sull’opportunità di trasformare la nostra passione in qualcosa di consolidato per il futuro. Anche se la saggezza popolare dice che “si pianta la vigna per i figli e l’ulivo per i nipoti”, per spiegare che la natura ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti, noi abbiamo deciso di provarci e di organizzare il tempo libero a nostra disposizione per avviare il nostro progetto. Abbiamo investito qualche risparmio in quest’avventura e ora non ci resta che attendere per vedere se il tempo ci darà ragione. Proprio come si farebbe con un piano finanziario: strategia, investimento, gestione delle fasi di mercato, attesa…e risultato. Intanto affrontiamo i non pochi problemi burocratici, ci informiamo, lavoriamo tanto in ogni momento libero. La natura ricambia il nostro impegno e la nostra fatica. Ogni prodotto è fonte di grande soddisfazione. Un risultato impagabile.

Oltre ad un’attività nuova c’è stato anche un cambiamento per quanto riguarda il vostro stile di vita, dalla città alla collina. Cosa vi ha attratto principalmente di questa nuova vita?
Vito è originario di Cosio d’Arroscia, un paese a 750 m di altitudine in provincia di Imperia, dove ha passato gran parte della sua infanzia, ma viveva a Imperia da molti anni. Io vivevo a Milano, in un piccolo appartamento, sempre di corsa (come tutti d’altra parte…) fra mezzi pubblici strapieni, code in tangenziale e giornate in ufficio. Conoscere Vito è stato il primo passo verso la mia nuova vita e scegliere di risiedere a Cosio d’Arroscia è stato sicuramente un momento fondamentale per l’inizio di una nuova vita. Passare da una grande città come Milano a un borgo che conta meno di 200 abitanti, situato nelle alpi Marittime liguri, è stato un cambiamento enorme del quale non mi pento mai, nemmeno nelle difficoltà che sono soprattutto di tipo logistico. Volevamo vivere più a contatto con la natura, la scelta di trasferirci è stata il primo passo verso un obiettivo più ambizioso. Tutto il resto è venuto di conseguenza e lo stiamo imparando a gestire un po’ alla volta, con passione e pazienza.

Come siete arrivati a decidere che tipo di coltivazioni produrre?
Innanzitutto, abbiamo proseguito e ampliato quello che il padre di Vito gli ha lasciato, in particolare la vigna. Noi però abbiamo avuto una visione diversa della gestione da adottare, forse frutto della nostra esperienza lavorativa. Prima abbiamo iniziato a lavorare i terreni per la sussistenza e per il consumo familiare, poi abbiamo iniziato a sognare un po’ più in grande. Speriamo di ampliare la vigna di ormeasco e cabernet e speriamo di ottenere a breve un buon vino. Sogniamo di imbottigliare il nostro vino, primo e unico vino autoctono del luogo, ricreando così il vino di Cosio d’Arroscia di cui siamo rimasti gli unici produttori. E pensare che nel primo Novecento il vino di Cosio veniva mandato con i bastimenti fino negli Stati Uniti tanta era la quantità e la qualità! Speriamo di essere presto sul mercato con la nostra etichetta, anche se la produzione è ancora un po’ di nicchia: sarebbe davvero un bel traguardo. Nel frattempo, ci dedichiamo anche agli ortaggi stagionali e soprattutto a patate, aglio e cipolle che richiedono poco lavoro e ben pochi interventi dalla semina alla raccolta. La scelta delle produzioni deve obbligatoriamente tenere conto del tempo a nostra disposizione oltre che dell’altitudine e dei fattori climatici. Abbiamo da poco annesso alcuni uliveti e probabilmente ne pianteremo altri. Vino, olio, patate, aglio e cipolle, ortaggi di stagione. Puntiamo sulla qualità, non sulla quantità, con un approccio umile che tenga conto delle nostre competenze e delle nostre forze.

Come avete imparato a coltivare viti e ulivi, avete fatto qualche corso di formazione? Che difficoltà avete incontrato ad apprendere tecniche che per voi, abituati a numeri e bilanci, devono essere state una vera rivoluzione nelle vostre competenze?
Vito racconta spesso che, dopo la morte del padre, aveva iniziato a lavorare la vigna leggendo un libro che spiegava il metodo di potatura. Leggeva, guardava le figure, cercava di capire cosa fare sulla pianta, appoggiava il libro, prendeva le forbici e tagliava. Insomma…un lavoro già di per sé molto lungo che rischiava di diventare eterno. Poi un giorno un amico si è offerto di mostrargli il lavoro. Abbiamo avuto tantissimo aiuto da parte di tutti, ci hanno insegnato metodi e tradizioni, elementi indispensabili nella viticoltura. Ancora oggi sono gli amici che, di fronte alle nuove strade che sperimentiamo, si offrono di farci vedere il loro metodo e ci aiutano nella pratica. Vito ha il merito di avere una grande forza di volontà. Ha letto, studiato, guardato e riguardato video tutorial: può sembrare un paradosso visto che parliamo di agricoltura ma in questo caso la tecnologia dà una grossa mano. Anch’io, che vengo come Vito da tutt’altra formazione, sto imparando e faccio quello che la mia forza fisica , sicuramente inferiore alla sua, mi permette di fare. Da noi si pratica l’agricoltura eroica. Piccole fasce, pendenze e mulattiere impediscono di usare grandi mezzi agricoli. Le braccia e pochi macchinari diventano l’unico sistema per lavorare la terra. Bisogna cercare i sistemi migliori per ridurre la fatica e ottenere comunque il risultato migliore possibile. Fra noi, io sono la visionaria, lui quello che sa realizzare e trasmettere. Io sono quella che ha affrontato il cambiamento più grande, lui è sicuramente il fulcro. Questa doppia prospettiva del progetto ci permette di completarci ed ottenere risultati.

Che rapporto avete stretto con la vostra nuova comunità? Vi mancano la città e i suoi servizi?
Cosio d’Arroscia è un paese di epoca pre-romana, che combattè duramente l’espansione delle legioni verso la allora Gallia. Un paese fatto di pietre, in cui la gente era abituata a vivere con pochissimo, erbe spontanee e patate. Cinquant’anni fa, Vito lo ricorda benissimo, si utilizzavano ancora i carri trainati dai muli che, quando erano carichi, per fermarli ci si dovevano attaccare gli uomini del paese che frenavano con la forza di braccia e gambe sulle ripide discese dei vicoli. E cinquant’anni fa c’erano solo fasce coltivate, non c’erano alberi o sterpaglie, i boschi, i sentieri e i torrenti erano puliti. Nulla veniva sprecato. Riguardo al nostro progetto, Cosio d’Arroscia ha avuto il grande merito di accoglierci in una comunità coesa: qui il legame che si crea fra le persone è forte e autentico. E a confermarlo posso anche raccontare un episodio che ci è capitato. Il 3 ottobre del 2020, a causa delle piogge torrenziali e di una frana, è esondato un torrente che scorre nei pressi della nostra abitazione. Durante la notte acqua, fango, pietre e detriti hanno invaso la strada e sommerso il piano terra della casa, dove abbiamo attrezzature, caldaia, freezer, mezzi agricoli e tanto altro. I danni hanno interessato anche molte altre case e attività di Cosio. Il mattino seguente, tutti i compaesani erano con lì, con noi, a spalare e pulire. Un gesto commovente, meraviglioso. Cosio c’è sempre. Cosio ti incoraggia. Difficile scoraggiarsi con una comunità di questo genere! Oggi la maggior parte dei nostri prodotti finisce proprio qui a Cosio. Perché la gente ci vede lavorare, sa che utilizziamo solo il letame dei pochi pastori rimasti e in sostanza nulla di chimico (se non alcuni trattamenti obbligatori per la vigna); apprezza il fatto che stiamo dando vita a qualcosa di nuovo in un paesino che ha temuto l’abbandono. Chi passa mentre piantiamo o raccogliamo ci chiede cosa abbiamo di pronto. A volte le signore del paese mi chiamano per fare la loro piccola spesa. Vivere a Cosio d’Arroscia mi ha ridato tanto dal punto di vista umano. Certo, richiede impegno, a volte anche la rinuncia a tante comodità. Per esempio, non abbiamo mezzi pubblici, non abbiamo un ospedale vicino, abbiamo un solo negozietto (la Cooperativa, e guai se non ci fosse!!!). Però la vita qui è sicura, tranquilla, protetta dal senso di appartenenza. Lo scorso anno ho portato a vivere qui anche i miei genitori di 80 e 85 anni. Prima conducevano una vita solitaria come spesso accade agli anziani nelle grandi città, adesso c’è sempre qualcuno con cui fare due chiacchiere e mio padre, nonostante i suoi 85 anni, spesso segue e aiuta Vito in campagna.

Cosa vi sentite di suggerire a chi sta pensando, come avete fatto voi, ad una scelta radicale?
Suggeriamo di fare un passo alla volta, di programmare e organizzare, di sognare, “di vedere” prima di realizzare. E poi, bisogna provare, misurare la propria forza. Mai abbandonare alla prima difficoltà. Mai smettere di sognare. Dal punto di vista pratico, entrambi crediamo anche che ci sarà un ritorno alla terra. Le restrizioni dovute alla pandemia, i recenti venti di guerra, le sempre maggiori difficoltà economiche di tante famiglie riporteranno la gente verso le campagne, verso i borghi e, perché no, a lavorare per la sussistenza familiare.

Da dove viene “Il Baggio Pellegrino” il nome della vostra azienda?
Baggio nel dialetto locale è il rospo. Qui è pieno di rospi perché i terreni non sono inquinati da agenti chimici, fertilizzanti, antiparassitari ecc. Vito tempo fa aveva salvato un rospo che stava per essere ingoiato da una grossa biscia. Da allora ne abbiamo visti tanti saltare fra i teli durante le innaffiature nelle sere d’estate. Sono animali bellissimi, coraggiosi. Un ottimo barometro per indicare che una terra è sana, non inquinata. Tempo fa ho letto in un libro che la Principessa che baciò il rospo nella speranza di vederlo trasformato in un principe non è che fosse proprio felice di baciare la viscida creatura. La fiaba è una metafora che vuole spingerci a cercare di realizzare i nostri sogni, anche se per farlo dobbiamo fare qualcosa di difficile. Coltivare la terra non è facile, è il nostro bacio al rospo.

Come vedete il vostro futuro?
Non siamo più giovanissimi, quando saremo in pensione potremo dedicare più tempo a questa attività e magari lasciare qualcosa di avviato. Un segno tangibile di quanto abbiamo fatto in questi anni e di quanto faremo ancora in questo piccolo borgo. Un modo tutto nostro per restituire a questo luogo qualcosa in cambio della pace e della serenità che ci ha regalato.